L’ospite di questa settimana del mio blog è Niccolò Cipriani, fondatore di Rifò, a mobilità sostenibile.

Ciao Niccolò e benvenuto sul mio blog. Prima di tutto complimenti per il nome: è partita da te l’idea di chiamare la vostra organizzazione Rifò?
Si, l’idea mi è venuta mentre lavoravo in Vietnam: stavo pensando a un nome che potesse ricondurre al territorio di Prato e che da subito esprimere quello che facciamo ovvero capi e accessori “rifatti”, realizzati con fibre tessili rigenerate.

Sul vostro sito ho letto che Rifò è un marchio che nasce dall’emergenza globale, dall’urgenza di un cambiamento verso la costituzione di un modello economico etico e sostenibile, passando dalla necessità economica a quella climatica e ambientale della nostra generazione e di quelle a venire. Ci spieghi meglio cosa intendi con questa impegnativa affermazione?
Rifò nasce sostanzialmente per risolvere due problemi presenti all’interno dell’industria dell’abbigliamento: la sovrapproduzione e il sovra consumo. Da un lato si produce molto di più di quello che si acquista, dall’altro si consuma molto di più di ciò che necessitiamo. Tutto questo comporta uno spreco, tanti prodotti vengono realizzati e poi non venduti o utilizzati. Per questo motivo, noi utilizziamo un modello tradizionale di produzione tipico del nostro territorio, la rigenerazione delle fibre tessili, in un’ottica di sostenibilità e salvaguardia dell’ambiente.

Il tema della tecnologia “amica dell’ambiente” mi sta molto a cuore. Come vedi il futuro della sostenibilità in particolare nel settore del tessile e dell’abbigliamento?
Penso che in futuro ci sposteremo sempre di più a fibre sostenibili. Oggi il cotone biologico o organico sta diventando molto comune e ritengo che nei prossimi 5-7 anni diventerà sempre più utilizzato anche il termine cotone rigenerato. Il modello del fast fashion non viene più sposato da molte persone come avveniva prima e ci stiamo spostando a un modello di “slow fashion”. Come è successo per il cibo, penso che questo processo avverrà prima o poi per la moda. Le persone incominciano adesso a chiedersi come e da chi sono stati fatti i vestiti che indossano e la parola trasparenza sarà sicuramente importante nel futuro del settore dell’abbigliamento.

Quali sono i vostri programmi di sviluppo?
Ci piacerebbe chiudere il cerchio e incominciare a raccogliere capi di cashmere. Vorremmo creare un eco-sistema circolare, “dalla gente alla gente”. Sembra utopia adesso, ma ci stiamo lavorando.