Luis Sepulveda nasce nel 1949 in una stanza di albergo in Cile. I suoi genitori sono in fuga a seguito di una denuncia (alla cui base c’erano ragioni politiche) del nonno materno nei confronti del genero. Luis passa i primi anni della sua vita a Valparaìso, in compagnia del nonno paterno, un anarchico andaluso fuggiasco perché condannato a morte per le sue idee.
Sono tante le attività che lo vedono impegnato: oltre ad essere scrittore è anche giornalista, regista, sceneggiatore, attivista per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani.
Tra i quindici e i diciassette anni si iscrive alla Gioventù comunista e diventa redattore del quotidiano “Clarìn”. A vent’anni ottiene il Premio Casa de las Americas con il suo primo libro di racconti e una borsa di studio di cinque anni per l’Università Lomonosov di Mosca dove rimane solo pochi mesi: viene infatti espulso per “atteggiamenti contrari alla morale proletaria” a causa dei contatti con alcuni dissidenti. Rientrato in Cile, ottiene il diploma di regista teatrale, allestisce spettacoli, scrive racconti, lavora alla radio, diventa responsabile di una cooperativa agricola, entra a far parte del partito socialista e della guardia personale di Salvador Allende. Dopo il golpe di Pinochet durante gli anni della dittatura militare subisce la tortura e il carcere. Dopo il Cile, la lotta politica in Nicaragua e diversi viaggi in America Latina, si trasferisce in Germania ad Amburgo e si unisce a Greenpeace. Negli anni seguenti vive a Parigi e poi in Spagna, nelle Asturie.
Luis Sepulveda muore in Spagna nel 2020 a causa del Coronavirus.
 
Caro Luis,
sei più conosciuto come scrittore che non attivista ambientale. Ma invece la lotta per la salvaguardia del pianeta è sempre stata molto importante per te. Ci racconti la tua esperienza con Greenpaece?
Il mio libro “Il mondo alla fine del mondo” è un romanzo sulla distruzione del pianeta in nome del profitto ed è tutto incentrato sulle battaglie di Greenpeace contro la caccia alle balene. Sulla nave di Greenpeace ho imparato molto dai miei compagni, volontari che sacrificavano le vacanze per prender parte a qualcosa di importante. Ricordo quando nel 1982 abbiamo bloccato il porto di Yokohama per impedire l’uscita della flotta baleniera giapponese. Quasi due mesi in acqua al freddo con cibo scarso. Ma eravamo convinti che fosse importante e nessuno si è tirato indietro. Alla fine abbiamo vinto: non solo la flotta non lasciò il porto, ma nel 1984 la Commissione baleniera internazionale dichiarò la moratoria della caccia alle balene.
 
Ogni tua opera è influenzata dall’impegno ambientalista: qual è il libro che ritieni più importante da questo punto di vista?
Ho molto amato un libro per ragazzi “La gabbianella e il gatto” dove vengono evocate le navi “ornate dai colori dell’arcobaleno che non sempre arrivano in tempo per impedire l’avvelenamento dei mari”. Credo sia importante insegnare ai giovani il rispetto per la natura. Ma è stato per me importante anche “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” dedicato a Chico Mendes. Per scriverlo ho vissuto sette mesi con i popoli indigeni per cercare di capire la loro cultura.
 
Con quale messaggio vuoi concludere questa intervista?
Mi piace ricordare l’importanza di coltivare “utopie concrete”. Insieme ce la possiamo fare, perché come dico spesso solo sognando e restando fedeli ai sogni riusciremo ad essere migliori e, se noi saremo migliori, sarà migliore il mondo.