Il CSRnative di questa settimana è Domenico Iermito.
Nel tuo percorso di studi hai anche partecipato al Master UPA in Comunicazione d’Azienda: in questo corso sono state approfondite le tematiche legate alla CSR e allo sviluppo sostenibile?
Il corso UPA è stato un’ottima occasione per approfondire diversi aspetti di comunicazione che, avendo un background formativo di tipo economico, non ho mai affrontato adeguatamente all’Università. Oltre a un modulo specifico sull’etica e la responsabilità sociale d’impresa gestito da James Osborne di Lundquist, il corso UPA ha avuto come tematica di fondo proprio la comunicazione e lo sviluppo sostenibile, con particolare riferimento al ruolo centrale della comunicazione nel narrare storie capaci di trasmettere il valore aggiunto dato dal legame delle imprese con il territorio. Le lezioni, tenute da alcuni dei migliori docenti e professionisti nel campo della comunicazione, sono state accompagnate dalla realizzazione di progetti aziendali relativi a brief assegnati da alcune importanti imprese del network UPA. Io sono stato coinvolto, insieme ad altri 4 partecipanti, nel progetto di Ferrero che aveva l’obiettivo di “Comunicare l’approccio sostenibile di Nutella” al fine di tutelare la brand reputation del Gruppo. L’azienda, infatti, era alle prese con lo “scandalo” dell’olio di palma e ci ha coinvolto al fine di trovare una soluzione, per l’appunto, sostenibile. E siamo stati molto contenti che il progetto sia stato apprezzato e, in parte, realizzato nei mesi successivi.

Oggi lavori nel gruppo Banco BPM: quanto l’impegno per la sostenibilità ha influito nella tua scelta lavorativa?
Ha influito in maniera significativa. In Università mi hanno insegnato che ci sono aziende che non si limitano a fare business, ma lo fanno creando benessere sociale. E non parlo di filantropia, ma di vero e proprio business. Mi aveva appassionato, ad esempio, il caso di Danone che, attraverso i propri prodotti, ha la mission di “portare la salute attraverso l’alimentazione al maggior numero possibile di persone”. Studiando per la realizzazione della mia tesi, inoltre, ho trovato diverse evidenze sulla correlazione positiva tra la sostenibilità e il raggiungimento di migliori performance sia economico-finanziarie sia in termini di rischi. Tutto ciò mi ha spinto a indirizzarmi su aziende che non solo fanno bene il proprio business, ma che generano valore condiviso e benessere per la società. E ho scoperto di essere in buona compagnia. Secondo alcune recenti indagini sui giovani, non solo l’81% dei millennials sarebbe disposto a pagare un sovrapprezzo per un prodotto sostenibile (PWC 2016, Think Sustainability – The millennials view), ma la maggior parte dei giovani prediligono la sostenibilità e il senso etico dell’impresa al guadagno: il 56% dei millennials escludono a prescindere imprese che non operano in maniera sostenibile e il 49% ha dichiarato di aver rifiutato incarichi in contrasto con la propria etica professionale (Deloitte 2016, Millennial Survey). Affermazione che mi trova più che d’accordo.

Hai dichiarato che ti senti CSRnative perché la sostenibilità è un modo per creare valore economico e sociale, rispondere a interessi convergenti degli stakeholder e raggiungere gli obiettivi con maggiore soddisfazione. Sei sempre della stessa opinione?
No, o meglio in parte. Direi meglio che mi sento CSRnative perché la sostenibilità è uno dei modi migliori di fare business per bene, nel vero senso letterale del termine.