Alexander King nasce a Glasgow in Scozia nel 1909. È uno scienziato stimato e carismatico oltre che essere considerato un pioniere del movimento per lo sviluppo sostenibile.
Ben presto Alexander si dedica all’insegnamento e alla ricerca presso l’Imperial College di Londra ma contemporaneamente assume ruoli importanti a livello istituzionale: nel 1940 diventa consigliere scientifico del Ministero delle Attività Produttive, dove viene a conoscenza delle proprietà di un potente insetticida che chiama DDT. Negli anni successivi diventa capo della missione scientifica del Regno Unito, addetto scientifico presso l’ambasciata britannica a Washington e, dopo la guerra, Segretario del Consiglio consultivo per la politica scientifica e consigliere personale del Presidente del Consiglio Herbert Morrison. In seguito, viene nominato anche capo consigliere del Dipartimento di ricerca scientifica e industriale. Nel 1957 entra a far parte dell’Agenzia europea per la Produttività (European Productivity Agency) di Parigi, dove rimane fino al 1974. Nel 1968 Alexander King fonda il Club di Roma con Aurelio Peccei.
Alexander muore a Londra nel 2007.

Caro Alexander,
sei stato tra i fondatori del Club di Roma che, come sappiamo, ha coinvolto un centinaio di personalità culturali, scientifiche ed economiche unite dalla preoccupazione per il futuro dell’umanità. Qual è stato il documento più importante che avete scritto in quegli anni?
Ritengo particolarmente significativo “The Limits to Growth”, il rapporto realizzato nel 1972. Ha lavorato a questo documento un gruppo di giovani studiosi, coordinati da Donella H. Meadows e Dennis L. Meadows, della Sloan School of Management del Mit.
Nel rapporto vengono coniugati, forse per la prima volta, due temi: l’importanza della ricerca e l’impegno nella denuncia dei rischi ambientali legati allo sviluppo tecnologico.

Il rapporto “The Limits to Growth” ha avuto un notevole successo. O meglio: ha provocato una forte discussione tra chi accettava il concetto dei limiti alla crescita e chi era contrario. Cosa ricordi di questo dibattito?
Nel rapporto si sosteneva che i limiti erano più che altro imposti dalle risorse finite del mondo e dalla capacità della biosfera di assorbire le scorie prodotte dall’attività dell’uomo, un messaggio solo parzialmente capito dall’opinione pubblica. Cercare di comprendere i cambiamenti che investono il pianeta in cui viviamo, evidenziare le problematiche più urgenti e proporre soluzioni, con particolare attenzione alle questioni ambientali, sono stati obiettivi che possiamo considerare raggiunti.
Tra coloro che invece hanno apprezzato la validità delle tesi del nostro rapporto ci sono stati i movimenti ambientalisti figli abbastanza diretti del 1968.

Nelle tue numerose pubblicazioni hai illustrato le tue idee sullo sviluppo economico, sociale e ambientale: quali sono i messaggi che ritieni più importanti?
I miei libri non sono “catastrofistici” come qualcuno afferma. Ho solo esposto con chiarezza il mio pensiero: gli scenari peggiorano soltanto a seguito al comportamento irresponsabile degli esseri umani. Ho spiegato che se da una parte personaggi dell’industria, dell’economia e della finanza spingono verso il consumismo, dall’altra sono questi stessi personaggi che devono portare avanti idee innovative di salvaguardia dell’ambiente e di attenzione al problema della sovrappopolazione planetaria. Credo che ancora oggi sia giusto passare dalla fase di puro choc, indispensabile per svegliare le persone, a una nuova fase di visione positiva.