Il tema della legalità sta a cuore a te (come a molti di noi che si occupano seriamente di CSR). Ma ha senso creare un rating di legalità?

Io mi limito ad osservare che l’Italia risulta essere l’unica nazione del mondo che ha sentito il bisogno di dotarsi di un “Rating di Legalità”, ovvero di una legge che prevede premi in favore di coloro che rispettano le leggi.
Oltretutto continuo a restare interdetto di fronte ad uno Stato che da decenni (e ancora adesso) incentiva massicciamente comportamenti illegali con condoni, indulti, depenalizzazioni, scudi fiscali, e poi si presenta alle aziende con un provvedimento che non solo non ripristina la propria sovranità (che è la fonte di qualunque esercizio di legalità) ma addirittura la degrada ulteriormente, trasformando il rispetto delle leggi in una farsa.
Qualcuno ha chiamato in causa il pragmatismo, la realpolitik: in determinate aree del Paese ad alta infiltrazione criminale uno strumento del genere, in fondo, potrebbe anche far del bene.
Io credo invece che questo tipo di pragmatismo sia ingannevole.
Ci fa credere che, al punto in cui siamo, tutto faccia brodo. Invece, a ben guardare, iniziative come questa rappresentano un’ulteriore picconata al reale senso di legalità.
Il rating, di fatto, costituisce un ulteriore passo verso lo svuotamento dell’effettiva capacità di sovranità del nostro Stato, che non riesce a controllare i territori in cui imperversa l’economia illegale, che non riesce a contrastare la dilagante evasione fiscale, che non ha una politica carceraria in grado di evitare decreti svuta-carceri e indulti, che conta il più alto numero di morti sul lavoro tra i principali paesi dell’UE, che lascia devastare le proprie coste e lascia costruire in zone ad alto rischio idrogeologico, benedicendo il tutto con i condoni (tranne poi costernarsi di fronte ai morti per le alluvioni), che ha per anni sfornato decreti ad hoc per consentire all’Ilva di sforare i limiti di benzo(a)pirene che avvelenava Taranto, che non riesce a rendere effettivo il principio (applicato invece nel resto d’Europa da oltre 10 anni) “chi inquina paga”, per cui le aziende condannate per disastri ambientali non hanno sborsato nulla, o quasi nulla, per le bonifiche dei territori contaminati.
Potrei continuare ancora per molto.
Alla fine, questa drammatica assenza di sovranità da cosa dovrebbe essere fermata? Dal rating di legalità? Dal promettere incentivi a chi potrà dimostrare nulla di più che di essere in grado di adottare comportamenti che sono alla base di qualunque forma di convivenza civile e democratica? Lo Stato che scende a patti con i suoi cittadini affinchè essi riconoscano (dietro ipotetico compenso) che le leggi vanno rispettate è uno Stato in agonia.
In questa direzione non si va, a mio avviso, verso un ripristino della legalità, ma verso la sua definitiva sepoltura.

Sei sempre convinto che il peccato originale della CSR sia l’eccessivo accento sull’aspetto redistributivo del valore?

La CSR, così come si presenta oggi, ha il ruolo della tappezzeria nel grande salotto del business. Crea una ambientazione più gradevole per interpreti impegnati a recitare un copione sostanzialmente identico nel tempo.
Se è vero che la grave crisi economica in atto rende evidente e ineludibile la necessità di riformare il “business as usual”, è ugualmente urgente lavorare anche su una evoluzione della “CSR as usual” la quale, così com’è, rischia di restare intrappolata in questo ruolo poco più che cosmetico.
Purtroppo non mi pare di scorgere segnali confortanti in tale direzione.
Accademici, manager e consulenti mi sembrano molto più concentrati sulle tecnicalità che sulle prospettive strategiche della CSR. Di questi tempi la principale preoccupazione delle aziende è la rendicontazione. I sacerdoti dell’ortodossia della CSR non parlano d’altro che di GRI-G4, di matrice di materialità e di report integrato. Ma quante aziende stanno provando a cogliere l’opportunità di agganciare questi temi ai piani strategici e alla governance? Quante stanno realmente sviluppando un dialogo aperto e sistematico con i loro stakeholder per rendere le matrici di materialità qualcosa di più di un’incombenza formale da espletare per risultare compliant con l’ultima release del GRI?
Il problema che sta alla base di questa CSR didascalica è che i CSR manager in questi anni hanno condotto troppo timidamente, all’interno delle rispettive realtà, la battaglia culturale che avrebbe dovuto permettere il salto di qualità delle strategie di creazione del valore.
Si è preferito ripiegare su posizioni più moderate e conservative, proprio quando la “stakeholder strategy” avrebbe dovuto rappresentare il paradigma manageriale capace di aiutare le imprese a rispondere alla crisi. Si è scelto, confortati in questo anche dalla consulenza, di attestarsi su proposizioni comodamente integrabili con il business as usual. Il che è forse risultato utile a proteggere il proprio posto di lavoro e a far sopravvivere la funzione all’interno degli organigrammi, ma al prezzo di depotenziare e normalizzare la carica “eversiva” che la CSR avrebbe dovuto far deflagrare nel cuore di ormai logore pratiche manageriali, per metterne a nudo limiti e contraddizioni.

Da tempo affermi che l’innovazione non è una delle tante opzioni competitive ma è la ragione profonda del fare impresa. Visto come stanno andando le cose ultimamente, sei sempre della stessa opinione?

Non è un’opinione, è un fatto costantemente sotto gli occhi di tutti. La crisi ne ha addirittura ingigantito i contorni. Ciò a cui assistiamo oggi, specialmente in Italia, è una clamorosa abdicazione dal proprio ruolo da parte dei grandi attori del nostro sistema economico. Le banche hanno smesso di erogare credito e di supportare le imprese, soprattutto quelle dotate di dinamicità e di visione competitiva ma sprovviste di garanzie reali e di relazioni da salotto; la maggioranza delle grandi imprese delocalizza sedi fiscali e centri produttivi, manifesta una imbarazzante incapacità di darsi una visione di lungo termine, fugge dai mercati concorrenziali per rifugiarsi nelle rendite di posizione, strapaga i propri top manager a garantisce dividendi agli azionisti anche in presenza di risultati disastrosi e di indebitamenti da paura.
Questa è la trama del nostro tessuto economico, nel quale le fortune, i successi e i relativi dividendi sono prevalentemente originati non da corrette e brillanti strategie manageriali, ma da un capitalismo vecchio, chiuso ed elitario, incapace di rinnovamento, ripiegato sulle rendite di posizione, con pochi investimenti esteri, con poche grandi imprese capaci di competere sugli scenari internazionali, con un tessuto industriale in perenne liquidazione agli stranieri (il 38% del capitale delle società quotate italiane è in mano a soggetti esteri).
Questi soggetti svolgono ormai una funzione parassitaria nei confronti del sistema, estraggono valore dai loro stakeholder per alimentare le loro esigenze. Non sono più imprenditori, sono speculatori.
Cito a proposito un passaggio di un articolo dell’economista Marcello Messori di qualche mese fa: “Molto più che negli altri Paesi, la nostra economia non spinge gli attori sociali a seguire l’esempio di chi vince sfide difficili o sfrutta opportunità aperte per successi duraturi (…) In una parola, le posizioni di rendita hanno trionfato e si sono trasformate in un abbraccio mortale per il futuro dell’Italia”.
Per dirla in termini evangelici, le grandi imprese in Italia preferiscono ormai sotterrare i loro “talenti”, piuttosto che provare a farli fruttare. Questo rende il nostro sistema produttivo sempre più stupido.
L’Italia è collocata all’80° posto dalla Banca Mondiale nella graduatoria dei paesi in cui è più facile “creare e fare impresa”. Siamo un gradino sotto il Vietnam. L’Italia è tra i Paesi industrializzati con la maggiore disparità nella distribuzione della ricchezza. Secondo l’Ocse negli ultimi 20 anni la torta della ricchezza non è cresciuta (a differenza delle altre grandi nazioni europee), mentre si è amplificato lo squilibrio nella distribuzione delle diverse fette (non è difficile intuire a favore di chi). L’Italia produce 293 mila laureati l’anno, con un trend in costante diminuzione che già oggi ci colloca al di sotto del Cile. C’è qualcuno che si stupisce del fatto che si parli di “aziende stupide”?
Reagire alla complessità che caratterizza (e caratterizzerà sempre di più) l’ambiente economico in cui le aziende operano, rinunciando all’innovazione (ovvero a metabolizzare questa complessità) e rifugiandosi nella rendita di posizione e nello sfruttamento cinico dei punti di debolezza del sistema (ovvero scansando la disciplina che impone un mercato concorrenziale sempre più difficile e turbolento), è un luminoso esempio di stupidità.
Le aziende non possono più concedersi il lusso di pensarsi come un mondo autoreferenziale. Ma questo non solo perché è necessario “rispetto” nei confronti degli stakeholder, ma perchè è l’unico modo per garantirsi una prospettiva di sopravvivenza. Sfruttare le pieghe del sistema non produce solo l’effetto di regalare un vantaggio a chi lo fa. Dà anche una martellata alla tenuta del sistema. E il sistema è ciò che garantisce a tutti le condizioni per generare ricchezza, anche a chi lo ha indebolito pensando di aver gratificato furbamente le proprie aspettative.
Alla fine tutto il questionare sulla sostenibilità, la responsabilità e la business ethics può essere riassunto in un’unica, semplice domanda: in che modo le aziende scelgono di fronteggiare il rischio d’impresa? Ovvero la possibilità che gli azionisti non vengano (sufficientemente o per nulla) remunerati a fronte del capitale investito?
Se non sarà in grado di suggerire ed affermare nuovi paradigmi decisionali in merito a questo, la CSR sarà solo “ammuina”, come dicono a Napoli.

Sebastiano Renna è laureato in Economia con Master in Comunicazione d’Impresa. Dal 2001 al 2009 è stato CSR & Corporate Communication Manager del Gruppo Granarolo. Da marzo 2011 è Sustainability Manager presso SEA (Aeroporti di Milano). Partecipa abitualmente come relatore a convegni e seminari sulla CSR ed ha contribuito alla stesura di diverse pubblicazioni sul tema. E’ stato Presidente del CSR Manager Network Italia nel biennio 2008-2010. E’ docente a contratto sui temi del “Sustainable Accounting” presso la Facoltà di Economia dell’Università di Ferrara.