Per la rubrica dedicata ai CSRnatives la protagonista oggi è Elisa Pigoli, una tra le prime protagoniste del network.

Quando due anni fa hai deciso di aderire alla rete CSRnatives quali erano le tue attese? Quante di quelle attese sono state soddisfatte?
Sono entrata a far parte dei CSRnatives quasi per caso. Ero alla ricerca di qualcosa di stimolante, che avesse come interesse principale l’attenzione all’ambiente e al territorio, per poi scoprire che dietro all’acronimo CSR si nasconde un mondo, che include non soltanto un approccio green alla quotidianità ma anche un’attenzione all’economia reale e alla governance aziendale, in una molteplicità di sfumature. CSRnatives non ha, quindi, solo confermato le mie aspettative ma le ha superate. Mi ha permesso di crescere umanamente e professionalmente, introducendomi ed accompagnandomi in quella che oggi è una tematica centrale, sia negli studi accademici che nella pratica di management.

Da una ricerca realizzata qualche tempo fa per Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale emergeva che le aziende responsabili piacciono soprattutto ai giovani: il 92% dei millenials dichiaravano di acquistare solo da organizzazioni percepite come sostenibili. Ti riconosci in questi dati oppure ti sembrano esageratamente positivi?
Sono dati incoraggianti ma forse un po’ troppo ottimistici. Il consumo oggi è ancora influenzato dalle mode del momento, mentre vedo ancora lontano un cambiamento radicale nella cultura della società.
Abbiamo sicuramente più consapevolezza delle problematiche attuali ma non possiamo dire di essere “arrivati”. Vi è certamente una maturazione dei singoli nei problemi sociali ed ambientali, nel cambiamento climatico, nella coesione sociale, nel fenomeno della globalizzazione e nell’avvento tecnologico che facilita lo scambio di informazioni e accende il dibattito sulla CSR. Ma credo che il consumo di beni offerti e prodotti da imprese percepite come sostenibili sia motivato ancora, e per lo più, da scelte egoistiche, incentrate sul proprio ed esclusivo benessere, sulle tendenze, sull’accettazione in un gruppo. Il vero cambiamento avverrà solo quando tutto questo sarà condizionato dall’esigenza di tutelare l’ecosistema e l’economia reale, come bisogno primario ed indipendente da qualsiasi influenza momentanea.

Oggi si afferma che è necessario fare bene, fare presto: una maggior coesione sociale e un rapido cambiamento negli stili di vita e di consumo rappresentano le sfide più importanti di un mercato competitivo diventato anche molto critico. Qual è il tuo pensiero su questo argomento?
Sicuramente quello che il pianeta ci chiede è un repentino cambio di rotta e sia singolarmente che collettivamente dobbiamo intervenire. Se vogliamo che il mercato crei ricchezza dobbiamo pretendere che le nostre imprese siano sostenibili e abbiano un ruolo proattivo. Esse devono ricercare continuamente punti di intersezione con l’ambiente circostante nell’ottica di creazione di Valore condiviso. Le politiche di CSR devono divenire politiche di integrazione sociale.
L’impresa “socialmente integrata” non si limita più solo ad interiorizzare nelle proprie strategie le decisioni volte a non arrecare danni alla società nello svolgimento dei propri affari, ma ricerca anche investimenti che siano in grado di apportare benefici alla collettività, accrescendo contemporaneamente il proprio vantaggio competitivo e le proprie performance. È chiaro che l’impresa oggi gioca anche un importante ruolo sociale e non solo economico all’interno della collettività e come il mercato, di fatto, riconosca e premi i comportamenti virtuosi con le proprie scelte d’acquisto.