Chico Francisco Alves Mendes Filho (questo è il suo nome completo) nasce nel 1944 a Xapuri, nello Stato brasiliano dell’Acre. Figlio di un seringueiro, e serigueiro egli stesso, cresce in un ambiente dove predominano analfabetismo, abbandono, isolamento e povertà. Nella foresta non vi sono scuole e Chico impara a leggere a scrivere grazie ad un intellettuale rifugiato, Euclides Tàvora, sfuggito alla dittatura.
Dal 1975 organizza un sindacato di lavoratori rurali per la difesa dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticate da nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e togliendo ai lavoratori i loro mezzi di sostentamento. Organizza gruppi di lavoratori rurali per formare blocchi umani non violenti intorno alle aree di foresta minacciate dalla distruzione e presto entra nel mirino dei costruttori e degli estrattori minerari. Queste azioni di contrasto hanno salvato migliaia di ettari di foresta, dichiarati reservas extrativistas dove i lavoratori rurali hanno potuto continuare a raccogliere il lattice di gomma e frutti, noci e fibre vegetali.
Diventa presto segretario generale del sindacato dei lavoratori rurali di Brasiléia e promotore della nascita del sindacato a Xapurì e nel 1985 dirige il primo congresso nazionale dei seringueiros. Lancia l’idea che le foreste debbano restare proprietà comune in mano allo Stato e riesce a portare le rivendicazioni dei contadini e delle popolazioni indigene dell’Amazzonia all’attenzione dei media internazionali. Chico muore assassinato da due rancheros nel 1988.

Caro Chico,
sei conosciuto più come sindacalista che come ambientalista: qual è stato il passaggio che ti ha portato ad impegnarti per l’ambiente?
Come sai ero un estrattore di caucciù e all’inizio ero convinto di lottare solo per salvare gli alberi della gomma. Poi mi sono accorto che volevo salvare la foresta amazzonica. Ma ancora meglio che con le mie azioni stavo cercando di salvare l’umanità. Successivamente sono diventato un simbolo nella lotta per salvare le popolazioni indigene e per lo sviluppo sostenibile. Quindi mi riconosco molto nella definizione che mi è stata data di attivista ambientale.

Sei cresciuto in un ambiente certamente molto difficile: qual è stata la molla che ti ha portato ad impegnarti per gli altri?
In Amazzonia il modello di espansione agricola era ed è insostenibile: il bestiame è importato dall’India ed è macellato per essere utilizzato nelle catene di fast food. Quando piove il terreno fragile, indifeso, si erode rapidamente. In pochi anni le fattorie abbandonate dell’Amazzonia somigliano ad un semi-deserto. Indios e seringueiros sono costretti ad emigrare e a stabilirsi nelle favelas, senza radici e senza lavoro. Per questo sono stato promotore della creazione delle cosiddette “riserve estrattive”, un programma di utilizzo delle risorse senza distruggerle e ho elaborato l’idea di creare zone della foresta pluviale dove poter raccogliere non solo il caucciù ma anche frutti selvatici e medicinali naturali. È dimostrato che un ettaro di foresta produce (solo in gomma, noci, resine e frutta) molto di più di un ettaro dedicato al bestiame. Le riserve estrattive, diversamente dalla creazione di pascoli, garantiscono la conservazione delle foreste e delle popolazioni indigene.

In questi ultimi mesi il problema dell’Amazzonia è tornata di attualità. Quale messaggio ti senti di dare a chi si sta battendo per salvare questo grande polmone verde del pianeta?
“La foresta ci unisce, ci rende fratelli, di fronte al pericolo comune”: questa è una frase che ho detto in tante occasioni e che mi sento di ripetere anche oggi a chi si impegna per la salvaguardia del pianeta. Purtroppo ho saputo che in questi ultimi trent’anni l’attacco all’Amazzonia è continuato pur con andamenti non uniformi e che il problema non è stato risolto. Resta ancora tanto da fare…