Come molti sanno, il significato letterale di questo termine è tutela dei diritti delle fasce deboli di popolazione. L’advocacy favorisce il cambiamento sociale intervenendo sui decision maker per modificare la loro percezione, la comprensione del problema, per influenzare il loro comportamento. Ma non solo…serve anche per stimolare nelle persone una riflessione, la presa di coscienza dell’esistenza di una discriminazione, l’urgenza di trovare una soluzione a un determinato problema. Ma dove sono finite le campagne di advocacy in Italia? Negli ultimi anni si vedono quasi esclusivamente spot e annunci finalizzati alla raccolta fondi, finalità più che legittima, ma che non quasi mai porta l’attenzione su argomenti di ampio respiro.
Per questo ho particolarmente apprezzato la campagna realizzata contro ogni tipo di discriminazione Le parole possono uccidere, la prima iniziativa di una serie che, raccolte sotto il concept #migliorisipuò, ha l’obiettivo di promuovere una nuova cultura sull’argomento.
La campagna, patrocinata da Camera e Senato della Repubblica, nasce dalla collaborazione tra Armando Testa e Famiglia Cristiana, a cui si sono aggiunti anche Avvenire e i 190 settimanali diocesani della Fisc, oltre ad organizzazioni non profit che sostengono l’iniziativa e che contribuiranno a diffonderla nei loro circuiti.
Bravi!